“Dopo sette tentativi con i bibitoni [*], due purificazioni disintossicanti a base di agrumi, diversi allenamenti per correre la maratona, una serie di pillole dietetiche che erano sostanzialmente metanfetamina a prescrizione, cose che mi hanno reso una pazza furiosa al punto da rischiare di far saltare il matrimonio, ho scoperto l’ipnosi e ha funzionato”.

Lo afferma la giornalista del New York Magazine Emily Farris in un articolo di testimonianza che può benissimo rappresentare l’approccio classico alla pratica ipnotica: non la si conosce per quel che è in realtà, si hanno idee preconcette (quando le si ha) legate a uno stereotipo da maghi e ciarlatani, la si tira fuori dal cilindro quando si è prossimi a gettare la spugna: per moltissimi è l’ultima spiaggia. E, proprio in quel momento, ci si rende conto che funziona davvero e non è per niente campata per aria. Si apre un mondo…

Nel prendere atto che è scientificamente fondata, oltre che clinicamente efficace, se ne apprezzano in particolare la concretezza dei risultati e la brevità temporale dell’impegno rispetto alle altre terapie en vogue, in un rapporto costi benefici molto vantaggioso. La Farris tra l’altro ha scoperto che “l’ipnotista” dal quale si è recata – scelto per ragioni di mera vicinanza – aveva tanto di dottorato in psicologia clinica, una preparazione eccellente anche in ambito biomedico e una deontologia professionale ineccepibile.

“Dopo un mese – prosegue la giornalista americana – ero calata di 5 chili e mi sentivo soddisfatta del progresso che stavo facendo, senza il minimo sforzo, rispetto a tutti gli altri tentativi non andati a buon fine, per cui abbiamo iniziato delle sessioni di mantenimento, molto più brevi rispetto alle tre precedenti, con risultati sorprendenti: alla decima settimana avevo perso 18 chili e per la prima volta nella mia vita ho sentito che potevo farcela, che potevo raggiungere finalmente i miei obiettivi”.

L’articolo:

Emily Farris, “Hypnosis Is the Only Thing That’s Helped Me Lose Weight”, New York Magazine, Nov 1, 2016

[*] Abbiamo omesso il marchio citato dalla giornalista, usando genericamente il termine “bibitoni”

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento